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Il tuo negozio tecnico per il Running, Triathlon e Outdoor a Mestre (VE)

 

 

In questa pagina trovate alcune utili nozioni di base su vari argomenti, i fondamentali che tutti dovrebbero conoscere.

Ciò vi sarà utile per approfondire poi le conoscenze con un allenatore competente, chiarire eventuali dubbi, eventualmente stimolando la vostra passione con qualche lettura tecnica.

 

 

1) SCARPE DA RUNNING:                                                                          consigli per gli acquisti

2) TEORIA DELL’ALLENAMENTO:                                                 i principi basilari

3) LO STILE NELLA CORSA:                                                        come avere uno stile efficace, efficiente ed economico

4) NUOTO:                                                                               i fondamenti dello stile libero

5) TREKKING:                                                                                              come leggere ed utilizzare al meglio una cartina topografica

6) TRIATHLON:                                                                                           consigli ed un piano d’allenamento per principianti e non

7) PERCHE’ L’ABBIGLIAMENTO TECNICO MIGLIORA LE PRESTAZIONI

8) MARATONA:                                                                         qualche nozione indispensabile

9) PASSEGGIANDO IN ALTA QUOTA: 10 consigli per il trekking:       i suggerimenti di base per le vostre escursioni

10) CHE COS’ E’ LA POTENZA AEROBICA:                                             tratto da uno splendido articolo di Giorgio Rondelli

 

 

 

 

1) SCARPE DA RUNNING: consigli per gli acquisti

 

Come è fatta una scarpa da running ?

E’composta sostanzialmente da 3 parti:

Il battistrada è la suola, la parte solitamente nera, che viene a contatto con il terreno e che di solito viene rapidamente consumata dal continuo attrito. Un consumo del tallone lato esterno è assolutamente normale e vedremo poi il perché.

L'intersuola è invece la parte bianca-chiara che è frapposta fra il battistrada e la tomaia; è forse la parte più importante, dato che è quella che è chiamata ad assorbire gli impatti col terreno. I materiali più utilizzati sono 2, ed ovviamente ne esistono di svariate durezze:

1)     EVA (EtilVinilAcetato) o Phylon: molto soffice ed ammortizzante, ha il compito di ammortizzare gli impatti con il suolo, ma con il tempo e l'uso perde sempre più elasticità e morbidezza scaricando così sulle nostre strutture i microtraumi.

2)     PU (Poliuretano): meno soffice dell’EVA, dura però più a lungo ed ha migliori caratteristiche di stabilità-antipronazione e di controllo del movimento.

La tomaia è la parte superiore, quella colorata e che alloggia i lacci, importante per l’estetica della scarpa e la sua robustezza, un po’ meno dal punto di vista tecnico. Se le cuciture sono ben fatte (specie all’interno non devono causare abrasioni), se è traspirante, morbida e con materiali di qualità, allora è sicuramente ok ! Meglio ancora se ha dei rinforzi in prossimità dell’alluce, punto solitamente soggetto a rotture ed usura precoce.

 

Quando devo acquistare una scarpa nuova?

Dipende da vari fattori.

Quanti km ha fatto: è bene non eccedere i 1000 km, anche se apparissero ancora in buono stato. Il potere ammortizzante sarebbe probabilmente molto diminuito. Ce ne si può rendere facilmente conto controllando se sui fianchi dell'intersuola (la parte in mezzo di colore normalmente bianco-grigio che principalmente assorbe il nostro impatto con il suolo) sono comparse "rughe", controllando con la pressione delle dita la morbidezza dell'intersuola stessa.

Una conferma immediata l’avrete confrontando e calzando un paio nuovo: semplicemente camminando o saltellando saprete se  le vecchie scarpe sono ormai da sostituire.

Quanto peso: un atleta leggero ha molto meno bisogno di sostituire le scarpe, di uno pesante; i kg in più tendono a appiattire l’intersuola e a deformare la tomaia. Atleti oltre i 75 kg è bene che prestino particolare attenzione.

In che condizioni è la tomaia: se la tomaia (la parte superiore della scarpa che avvolge il piede, solitamente di tessuto o pelle) è deformata, allora non è in grado di contenere adeguatamente il piede e potreste aver problemi di postura, e quindi di infortuni.

In che condizioni è il battistrada: la parte, normalmente nera, che viene a contatto con la strada è anch’essa da tener d'occhio. Un battistrada consumato espone all'asfalto la morbida intersuola che verrebbe rapidamente mangiata dall'attrito facendo inclinare la scarpa, con conseguenti problemi di postura e quindi di infortuni.

 

Che tipo di scarpa mi occorre ?

Dobbiamo domandarci per cosa intendiamo utilizzare la scarpa che ci apprestiamo a comprare, per orientarci poi in base alle caratteristiche che dovrà avere la scarpa stessa:

  • a ritmo blando o veloce ? – attenzione al vostro ritmo: solitamente si va sul sicuro prendendo una scarpa pesante e protetta, ma a ritmi elevati potrebbero rivelarsi solo un impaccio privandovi del divertimento, o addirittura alterare il vostro stile di corsa. Meglio averne 2 paia, una per gli allenamenti di fondo (solitamente la maggioranza), ed una per i ritmi veloci o le gare.
  • per allenamento o gara ? - non è opportuno solitamente adoperare scarpe da gara in allenamento, soprattutto se siete runner pesanti o alle prime armi. In una scarpa da gara molte caratteristiche vitali per una scarpa da allenamento, come la protezione, ammortizzazione o stabilità vengono trascurate a favore della leggerezza e flessibilità. Chiaro che avremo qualche minimo vantaggio cronometrico, ma schiena ed articolazioni vi malediranno se ne abuserete. Quindi le “superleggere” vanno usate solo in gare brevi, da atleti di peso medio o leggeri, o per allenamenti composti da ripetute molto veloci.
  • allenamenti lunghi o corti? – come sopra: più gravate sulle gambe in termini di tempo e peso, più sarà utile avere scarpe in grado di proteggere.
  • su quale terreno ? (morbido: sterrato, erba, oppure duro: asfalto, cemento). Ovviamente l’ideale sarebbe correre sul morbido, ma come spesso accade non siamo nelle condizioni di farlo. Ricercate allora con dei trucchetti un po' di ammortizzazione in più. Ad esempio il cemento di alcuni marciapiedi è spesso più duro dell'asfalto, specie di quello molto scuro che nelle calde giornate di estate diventa bello soffice.
  • ho problemi di appoggio? - vedi sotto

 

Pronatore o supinatore ?

Cerchiamo di chiarire cosa si intende quindi quando parliamo di "problemi di appoggio", “pronazione e supinazione”. Ovviamente, per una spiegazione completa ed ineccepibile dovete rivolgervi ad un ortopedico, un medico fisioterapista, ad un tecnico della riabilitazione. Pronazione o supinazione sono atteggiamenti assolutamente normali che i nostri piedi assumono durante il passo o la corsa; tali termini indicano infatti un movimento contenuto e naturale.

In molti atleti però si verifica un esagerazione o carenza di movimento, ed allora possiamo parlare di iper pronazione o supinazione.

Correndo a ritmi medi o blandi, in atterraggio il piede tocca normalmente terra con la parte posteriore esterna del tacco. È una parte della scarpa che si consuma in fretta, nonostante quasi tutte le calzature tecniche utilizzino in quella zona dei materiali resistentissimi. Tale consumo non indica solitamente nulla di strano, e non è indice di ipersupinazione od altro.

La fase successiva è quella del “rullaggio”, ove il piede si schiaccia al suolo e tende ad inclinarsi leggermente verso l’interno, per indirizzare poi spinta verso le dita. Non a caso poi verso l’alluce, ovvero il dito più forte.

Una assenza totale di tale movimento indica un piede rigido, che scarica sulle strutture tutto il carico dell'impatto, ed allora possiamo parlare parla di ipersupinazione. È un caso abbastanza raro, presente qualche volta in chi proviene da altri sport. Noterete scarpe consumate all'esterno anche nella parte mediale/centrale.

Un ipersupinatore ha bisogno di una calzatura morbida per impedire che gli impatti poco ammortizzati danneggino il piede ma anche le ginocchia e la schiena. Attenzione, non esistono scarpe "antisupinazione", ma si devono utilizzare scarpe neutre cambiandole spesso, soprattutto evitando accuratamente quelle per gli iperpronatori.

Se invece succede l'opposto, ovvero il rullaggio vede il piede troppo inclinato verso l'interno, si parla di iperpronazione. In tale condizione il tendine di Achille viene sottoposto a torsioni e la parte posteriore del tallone è facilmente soggetta ad infortuni. Si può riconoscere dalle scarpe che si piegano verso l'interno. Si ha bisogno di una calzatura provvista di controllo del movimento, ossia di strumenti antipronazione che non permettano al piede di assumere posizioni eccessivamente sbilanciate nella parte centrale dell’appoggio/rullaggio. E’un caso piuttosto comune, ed esistono infatti moltissime scarpe antipronazione in commercio. Purtroppo accade anche spesso che anche atleti dalla corsa corretta le utilizzino. Purtroppo così facendo si perde in ammortizzazione, flessibilità e leggerezza,e quindi schiena, ginocchia piedi e legamenti vari ne risentono.

 

Quali sono le categorie di scarpe attualmente in commercio ?

Ecco a voi qualche dettaglio sui tipi di scarpe che oggi i costruttori ci mettono a disposizione, informazioni utili per chi vuole orientarsi nella scelta della scarpa in base alle proprie esigenze e caratteristiche fisiche.

Abbiamo più o meno ripreso la suddivisione tipica che viene riportata in riviste ormai cult come “Correre Scarpe”; ricordatevi però sempre che nel scegliere una scarpa occorre partire dalle esigenze di un atleta in base alle sue caratteristiche fisiche, i piedi, il peso, lo stile e velocità di corsa, gli eventuali problemi di appoggio e quant'altro un bravo negoziante deve prendere in considerazione quando consiglia un cliente nella scelta della calzatura. I grammi di peso si riferiscono a calzature di taglia media nr. 43.

Superleggere – da gara

Qui troviamo le scarpe da gara, ovvero quelle di scarso peso(160/230 grammi), con scarsa protezione o controllo del movimento. Solo atleti veloci, efficienti e forti possono utilizzare con sicurezza queste calzature, dove la cura di problemi di appoggio e la protezione del piede sono sacrificati all'esigenza di avere una scarpa da gara, veloce e reattiva. Se pesate poco si possono eventualmente utilizzare ogni tanto per gare brevi su pista dagli 800 ai 5000 metri, o per delle ripetute veloci in pista (tipo serie da 400 mt sotto il 1’20’’).

Intermedie

Qui abbiamo quelle scarpe (240/290 grammi) che cercano di abbinare un po' di protezione alla leggerezza. Gli atleti forti le useranno in allenamento; atleti comuni, magari anche più pesanti ma comunque sotto i 70kg le possono usare in gara, se si corre attorno ai 4'/Km. Se siete afflitti da pesante iperpronazione, anche siete pesanti o correte lentamente o senza velleità agonistiche, sarebbe meglio orientarsi verso qualcosa di più ammortizzante o stabile, a seconda.

Protettive – massimo ammortizzamento

Verranno utilizzate dalla maggioranza degli atleti, specie quelli tra i 70/80kg senza problemi di appoggio. Sono quelle con l’intersuola più spessa/grossa, quindi quelle in grado di proteggerci maggiormente dagli impatti. Pesano oltre i 280 grammi, se sono “protettive pure” non hanno presidi volti a controllare il movimento del piede, quindi sconsigliate agli iperpronatori o ipersupinatori.

Protettive con inserti antipronazione – ammortizzanti ma con piccoli ausili al controllo del movimento

In questa fascia trovano le loro scarpe quegli atleti che pesano tra i 80/95kg. Sono quindi le classiche scarpe per atleti pesanti che hanno piccoli problemi vari imputabili ad eccessi di pronazione. Sottolineiamo il termine problemini, poiché se si tratta di grossi problemi, probabilmente dovete scegliere la prossima categoria.

Stabili - con forte controllo del movimento

Ecco le scarpe per i corridori molto pesanti (attorno ai 100 kg) o con gravi problemi di appoggio: con problemi o meno si deve andare probabilmente sul sicuro ed utilizzare scarpe robuste, che garantiscano al piede una adeguata ammortizzazione con una corretta impostazione, anche a scapito della leggerezza della calzatura. Sono le calzature più pesanti, quelle che hanno nel lato interno/mediale grossi rinforzi e presidi atti al contenimento del movimento del piede.

Specialistiche

Sono ad esempio le calzature chiodate per i mezzofondisti veloci su pista, per i velocisti, per gli specialisti dei salti e lanci in atletica, o le chiodate da corsa campestre.

 

Queste sono ovviamente delle considerazioni sommarie, ma ecco anche altri consigli in ordine sparso:

Non esagerate con l'usura; le scarpe da running non sono di norma costruite per superare i 1000-1500 km di percorrenza. Lo stato del battistrada non sempre rileva la reale situazione, dato che è l'intersuola a sobbarcarsi il nostro peso, ed è un componente non facilissimo da valutare. Per un podista medio che percorre circa 30-40 km a settimana, quindi poco meno di 2000 km l’anno, cambiarle una volta all’anno è già un azzardo. E comunque, come avete visto, molto dipende da quanto pesate e da come correte.

Se passate a comperare delle scarpe meglio portarsi dietro le vecchie, possono essere sempre utili per capire come correte, ed anche per confrontarle con le sensazioni delle nuove.

Controllate sempre che l'intersuola non si stia schiacciando o indurendo troppo. I primi sintomi che la scarpa non ammortizza più come dovrebbe sono degli indolenzimenti vari dal ginocchio in giù; tendini d'Achille e polpacci sono i primi ad accorgersi, ma i problemi si trasferiscono rapidamente anche alla schiena, interessando il nervo sciatico, la schiena ed i dischi intervertebrali.

Molto importante nella scelta delle scarpe è la taglia delle stesse. Una scarpa deve essere comoda, molto comoda. Provatele con calma, passeggiando e saltellando per capire se fa per voi, magari provatela sul tapisroulant. Deve poi abbracciare il vostro piede senza stringerlo eccessivamente, ma nemmeno deve lasciarlo scivolare al suo interno. In entrambi i casi si corre il rischio di rovinarsi come minimo le unghie, che se vanno a sbattere contro la tomaia possono procurarsi dei versamenti di sangue, diventare nere, ed, a volte, staccarsi. Ecco un paio di trucchi per evitare di sbagliare: infilare la scarpa slacciata, portare il piede avanti nella calzatura e passare un dito tra il tallone e la scarpa: se il dito è in grado di toccare il fondo senza avere troppa libertà, la misura è giusta. Altro metodo è quello di "misurare" al tatto lo spazio libero davanti all'alluce a calzatura allacciata; è ok se avete circa mezzo cm di spazio. Questo presuppone una buona sensibilità e conoscenza delle proprie caratteristiche (non tutti i piedi hanno le dita di lunghezza uguale, e misurare sull'alluce quando si ha il secondo dito più lungo può avere spiacevoli conseguenze).

Comperata la scarpa, questa necessita di un minimo di "rodaggio" prima di portarla a fare un “lungo”: ha bisogno di deformarsi un pò per adattarsi meglio alla forma del vostro piede, così come il vostro piede ha bisogno di prendere confidenza ed adattarsi alla novità, probabilmente più rigida di quella che avete utilizzato finora perchè più nuova.

Attenzione poi all'allacciatura. Il tipo più diffuso ed elegante, quello che porta il laccio da uno degli occhielli al collo del piede subito verso la punta della scarpa per poi tornare su passando per tutti i buchi può piegare leggermente la scarpa se tirato con energia. E’preferibile l'allacciatura incrociata; sebbene più complessa, essendo simmetrica garantisce un fit ottimale della calzatura.

Per far durare le scarpe e mantenerle in efficienza lavatele ogni tanto con una spazzolina in acqua fredda e sapone neutro (eventualmente in lavatrice, ma è meglio evitare). Non fatele asciugare accanto al termosifone, le indurirebbe prima del dovuto.

 

Se avete da chiedere (o suggerirci) un'indicazione o un consiglio, non esitate a scriverci o venirci a trovare in negozio o ai nostri stand in occasione delle gare.

 

 

 

 

 

2) I PRINCIPI BASILARI DELLA TEORIA DELL’ALLENAMENTO

 

Qualunque sport richiede un mix particolare di abilità; chiunque di noi dovrà lavorare ed allenare questo mix, adattandone la composizione, la quantità e qualità in base allo sport praticato ed alle esigenze del singolo, soprattutto in base alle proprie attitudini e capacità fisiche.

L’allenamento perfetto o ideale non esiste: soprattutto se desideriamo approcciarci allo sport in modo competitivo per battere i nostri record, gli avversari o semplicemente noi stessi, esistono però alcune semplici leggi che ci conviene rispettare, mentre ascoltiamo tutte le sensazioni che il nostro corpo ci manda in allenamento.

 

Cosa possiamo allenare ?

 

Banalmente, 2 aspetti:       1) Mente

2) Corpo

 

1) MENTE= rilassamento, focalizzazione, feedback, training autogeno, visualizzazione, yoga sono alcune tecniche per poter aiutare il nostro cervello a controllare, sentire ed ottenere il massimo dal nostro corpo. All’aumentare del vostro livello agonistico, avrete tanto più a che fare con questi aspetti. Ricordate che gli esperti concordano che un uomo riesce mediamente ad utilizzare il proprio cervello solo per il 20-30% del proprio potenziale. Abbiamo pertanto un margine enorme di miglioramento proprio partendo dalla nostra mente, sulla quale è quindi opportuno incuriosirsi, riflettere, apprendere, documentarsi e lavorare.

2) CORPO= ognuno di noi convive con un unico e specifico mix genetico delle seguenti “capacità”:

- velocità

- forza

- resistenza

- coordinazione

- flessibiltà ed elasticità muscolare-articolare

- abitudini alimentari e metabolismo

 

Potremo lavorare su queste capacità basilari fondamentalmente solo con 2 semplici parametri: QUANTITA’ dell’allenamento e QUALITA’(intensità) dello stesso

Un bravo allenatore deve ricercare il giusto miz per un atleta, ben sapendo che a seconda delle persone è possibile raggiungere i medesimi obiettivi con differenti metodi d’allenamento.

Ma quali sono i segreti, le regole intoccabili, le leggi sacre per un allenamento perfetto ?

 

Programmazione e periodizzazione = si può raggiungere il vero top della forma solo 2-3 volte l'anno, e per periodi non più lunghi di una quindicina di giorni. Così, se siete ciclisti con una stagione agonistica che normalmente è molto lunga, dovrete ricercare un livello di forma medio da poter tenere durante la stagione, con qualche picco da poter programmare per periodi importanti. E'fisiologicamente impossibile rimanere al vero top per 365 giorni l'anno, occorre comunque fare delle scelte, ed allenarsi duro per conquistare un livello medio superiore a quello degli avversari. Se puntate invece a qualche gara singola per voi importante, occorrerà focalizzare i propri allenamenti in funzione di queste, anche a costo di fare magre figure in altri appuntamenti che per voi però non dovranno rappresentare altro che semplici tappe per un obiettivo più grande. Dovrete suddividere la stagione in 4-5 periodi d'allenamento, ove via via vi allenerete in modo differente per quantità e qualità; solitamente si parte con gran quantità e potenziamento, per aumentare la qualità a scapito della quantità all'avvicinarsi della gara importante. Un esempio: Lance Armstrong e Miguel Indurain nel ciclismo, che hanno sempre così suddiviso la loro stagione, per raggiungere il loro top in coincidenza del Tour de France. Date un occhiata al mio piano d'allenamento per il triathlon per meglio capire cosa si intende.

 

Allenamento continuo e privo di infortuni = solo se riuscirete ad allenarvi costantemente e regolarmente senza troppe soste durante la vostra stagione, potrete migliorare i vostri record personali. A livello amatoriale per esempio è meglio fare 1 o 2 giorni di riposo settimanale, ma essere in grado di allenarvi durante tutto l'anno senza infortuni. Perdere anche tre giorni di fila non vuol dir nulla per la vostra forma (il "super top" decade solo dopo 4-5 gg di sosta totale, ed il vero regresso comincia dopo 10 gg di inattività) ma può significare invece salvarvi da un infortunio o da una brutta influenza. Se per esempio non riuscite a correre per dei problemi ad un piede, andate in piscina o in bicicletta; manterrete una forma incredibilmente soddisfacente, dando sollievo alle parti dolenti, magari divertendovi pure di più, rompendo con la solita monotonia.

 

“Supercompensazione " o “lasciate che il vostro corpo assorba l'allenamento” = gli scienziati hanno dimostrato che quando ci alleniamo, “forziamo” la nostra macchina a fare qualcosa di nuovo e mai raggiunto prima; in questo modo il corpo si difende autodistruggendo molte cellule, ma per ricostruirle “più forti ed efficienti di prima” dopo 2-3 giorni. Così, se ci si allena troppo duramente tutti i giorni senza essere preparati a farlo, non si da tempo al proprio corpo di recuperare adeguatamente, rischiando l’infortunio o andando in superallenamento, senza gli adeguati tempi di riposo. La parte più difficile è capire “quanto riposo”, dato che questo dipende da fattori genetici, età, livello di forma acquisito, stato di salute. Un olimpionico avrà capacità di recupero sicuramente superiori rispetto ad un tapascione, pur allenandosi molto di più.

Ecco perché molti allenatori dicono che la performance si conquista maggiormente col giusto riposo tra gli allenamenti, rispetto agli allenamenti stessi.

 

Cura maniacale per ottenere movimenti del corpo efficienti, fluidi, senza fatica, rilassati e biomeccanicamente in armonia: = movimenti tecnicamente corretti sono naturalmente più efficienti, più potenti ed efficaci, meno a rischio di infortuni e garantiscono migliori prestazioni. Risparmiate energie preziose utilizzando uno stile corretto, senza sprecarle con una postura rigida, ciabattona, o con una nuotata convulsa, contratta e poco efficiente. Pensate a Carl Lewis, Jan Thorpe, Moses Kiptanui, Heile Gebreselasie, Alexander Popov o altri grandissimi e sensibilissimi atleti dal punto di vista tecnico.

 

"Sceglietevi i genitori giusti !" = non da ultimo ... ... non arrabbiatevi se un vostro amico e rivale, compagno di allenamenti con poca esperienza e che corre da pochissimo effettua con facilità mega allenamenti ed in gara va come un treno. Molto probabilmente ha dei genitori che lo hanno dotato di un patrimonio genetico superiore al vostro. Nessun atleta può arrivare ad una finale Olimpica solo col duro lavoro, se non ha comunque doti naturali straordinarie. Un’esempio ? Salvatore Totò antico, campione europeo di 5000 e 10000m, e medaglia d’argento olimpica, a 15 anni corse per divertimento (in pista in scarpe da tennis una delle prime volte che andava al campo sportivo) i 5000m in 17’00’’ ………. Il doping non c’entra, è principalmente una questione di genetica e predisposizione. Che vi piaccia o no, i grandi campioni si allenano bene e tantissimo, ma hanno avuto anche un dono … dall’alto. Il che non vuol dire però che i comuni mortali con la passione ed i sacrifici non possano togliersi tante soddisfazioni, superando se stessi e tanti avversari.

 

L’ALLENAMENTO IMPLICA IL MIGLIORAMENTO DELLE ABILITA’ FISICHE; VEDIAMO QUALI, E CHE COSA ACCADE NEL NOSTRO CORPO.

VELOCITA’ = qui si ricerca una contrazione muscolare massimale, potente ed istantanea, un aumento di forza esplosiva, un miglioramento nella coordinazione e funzionamento degli scambi elettrici tra sistema nervoso ed apparato muscolare neuro, un aumento della resistenza all’acido lattico. Movimenti rapidi, esplosivi e veloci, per una durata di 6-7 secondi, recuperi lunghi (più di 3 minuti) è ciò che vi serve se volete migliorare la vostra velocità. Se effettuate scatti più lunghi (tra i 15’’ ed il minuto) non state più allenando la velocità pura, ma altro, come ad esempio la capacità di produrre ed eventualmente smaltire grandi quantità di lattato. Con questi migliorerà infatti la capacità chimica dell’organismo di sopportare nei muscoli grandi quantità di acido lattico, specie con allenamenti intervallati ad alte velocità con recuperi brevissimi, tipo 10 x 300m forte con recupero 45’’. Non è più velocità ma resistenza alla velocità. C’è un unico problema: più vecchi siete, minori capacità avrete per migliorare la velocità pura (che già si può migliorare poco), dovendo anche prestare anche attenzione agli infortuni, più facili e frequenti per questo tipo di attività. Parlando di velocità pura, non è che diventiate realmente più veloci, state semplicemente migliorando ed arrivando al limite di quello che le vostre doti naturali vi possono regalare. Mentre è possibile sempre e comunque diventare via via realmente più resistenti con l’allenamento, trasformando le fibre muscolari bianche (quelle veloci) in rosse (quelle lente), è invece impossibile il percorso contrario. Le fibre lente (rosse) non possono diventare veloci se non in minima parte, col risultato pratico che i miglioramenti di uno sprinter si aggirano circa attorno al secondo netto al massimo sui 100 metri, nonostante anni ed anni di allenamento.

RESISTENZA = semplificando forse eccessivamente qui ricerchiamo la creazione di nuovi capillari sanguigni nei muscoli e polmoni, necessaria per veicolare la quantità maggiore possibile di ossigeno legato al sangue nei muscoli stessi. Negli sport di resistenza, la contrazione muscolare avviene soprattutto grazie all’ossigeno che questi utilizzano, quindi più ne arriva (o meglio più riusciamo a farglielo arrivare ed utilizzare) e meglio è. Correre a lungo migliora anche la capacità polmonare, fa aumentare di volume il cuore (l’organismo percepisce la costante richiesta di sangue ai muscoli, ed allora si autoadatta anche allargando la “pompa”), non solo creando nuovi capillari. Aumenta anche la capacità contrattile del cuore, o meglio la forza con la quale spinge il sangue nel torrente circolatorio, aumenta la capacità dell’organismo di smaltire l’acido lattico, incrementando la soglia anaerobica. Questa è rappresentata dalla velocità alla quale potete fare attività senza che nel sangue e nei muscoli si accumuli più acido lattico di quello che si riesce a smaltire. Superata questa soglia/velocità, l’acido si accumulerà rapidamente e presyo vi dovrete fermare. Comprenderete che l’obiettivo di tutti i fondisti è quello di alzare il più possibile questo valore.

FORZA = la capacità di spostare una massa in un determinato lasso di tempo. Serviranno pesi elevati e poche ripetizioni (1-5); con pesi massimali, ricercherete la forza massima. Con pesi più bassi e tante ripetizioni, magari con recuperi brevi tra una serie e l’altra, state lavorando per sviluppare della forza resistente, la più ricercata dagli atleti degli sport di durata. Gli sprinter lavorano invece tantissimo per cercare la forza veloce, facendo alcune serie di esercizi in modo tecnicamente corretto ma in modo veloce, solitamente con pesi attorno al 70-80/% del massimale e con recuperi lunghi. Se non fate body building, state attenti alla massa muscolare che si può sviluppare; all’aumentare del peso aumenta solitamente la massa del muscolo, ma spesso sono solo chili da portare a spasso. Attenzione alla schiena negli esercizi massimali; è indispensabile utilizzare una cintura da pesisti facendosi eventualmente assistere col bilanciere da amici, per evitare di restarvi sotto, e soprattutto per non giocarsi la schiena.

COORDINAZIONE = è la disperata ricerca/sviluppo di sensazioni dal nostro corpo, volte a comprendere, dialogare ed interagire con esso cercando di far arrivare al cervello informazioni su come controllare nei minimi dettagli i nostri movimenti, ricercando precisione, efficacia, eleganza ed economia del gesto. È la capacità di controllare i corpo nelle sue evoluzioni e movimenti, pensate agli anni di allenamento che servono ad un ginnasta o tuffatore o un pattinatore sul ghiaccio per arrivare a compiere certe evoluzioni. Si parte insegnando nuovi movimenti scomponendoli nelle varie parti più essenziali, per poi eseguirli via via perfezionati sempre più in sequenze più complesse e veloci. Ripetendoli alla noia diventeranno automatici.

MOBILITA’ ARTICOLARE – SCIOLTEZZA = qui ricerchiamo la massima flessibilità dei muscoli, tendini, articolazioni e legamenti; le varie tecniche di stretching possono farvi guadagnare una notevole ampiezza e fluidità di movimenti. Ciò ci è enormemente di aiuto per prevenire gli infortuni, guadagnare in eleganza e fluidità, nonchè in sensibilità e efficienza generale a livello biomeccanico.

 

 

 

 

 

3) RUNNING: come avere uno stile efficacie, efficiente e poco dispendioso

Molti di noi non si sono mai post il problema del proprio stile di corsa, forse ritenendo che sia ininfluente, o che non si possa migliorarlo o che sia troppo tardi per farlo.

Niente di più sbagliato.

Si sentono spesso molte di queste giustificazioni, ed alcune sembrerebbero anche avere una logica. Tuttavia, l’evidenza dei fatti dimostra che a volte basta migliorare qualche dettaglio per guadagnare minuti e spendere meno energie, tutte cose che spesso in una maratona fanno la differenza.

Ricordatevi: NON esiste uno stile di corsa ideale, ogni corridore è diverso da un altro per peso, taglia, mobilità articolare, capacità coordinative, età, eccetera. Ognuno dovrà pertanto lavorare su alcuni fondamentali, adattando le proprie capacità a queste regole basilari.

Esistono inoltre stili di corsa diversi che ogni corridore deve almeno in parte saper gestire ed adottare al bisogno, dato che i movimenti del corpo sono completamente diversi a seconda che si corra uno sprint di 60m o una maratona. Ogni distanza di gara richiede abilità diverse ed adattamenti allo stile di corsa, come ad esempio il tipo di appoggio del piede, ampiezza e frequenza del passo, tipo di movimenti delle braccia. Uno sprinter dovrebbe comunque saper anche correre come un ultra rilassato maratoneta che impatta al suolo col tallone, come un maratoneta dovrebbe saper utilizzare le tecniche dei mezzofondisti veloci (cambi di frequenza, corsa a ginocchia alte sugli avampiedi e grande utilizzo delle braccia) utili ad esempio nelle volate.

Entrambi gli atleti diventeranno più completi e probabilmente più veloci, proprio in virtù della maggiori capacità tecniche e di sensibilità acquisite.

 

Ecco i componenti più importanti:

1) spinta completa dei piedi e delle gambe

2) saper rilassare la muscolatura che in quel momento non è utilizzata

3) assenza di saltellamenti e rimbalzi

4) capacità di trovare il mix ottimale di frequenza/ampiezza di passo a seconda della velocità e circostanze

 

 

1) SPINTA COMPLETA DEI PIEDI E DELLE GAMBE: forse è l’aspetto più importante, dato che da questo dipendono via via a catena altri aspetti. Sia che siate sprinter o maratoneti, una spinta completa senza restare seduti a sedere basso è ciò che dovete ricercare dal momento in cui il piede prende contatto col suolo.

a) quando il piede atterra, il nostro pensiero deve ricercare una spinta immediate e completa verso il terreno evitando che il tronco abbassi il ns. baricentro verso il basso. Più i nostri piedi saranno lenti, fiacchi e spenti, più sarà probabile che correrete anche a ginocchia piegate (quindi “seduti”) nel momento della distensione della gamba, perdendo quindi in avanzamento del corpo.

b) sempre al momento dell’impatto, cercate che il vs. ginocchio si pieghi il meno possibile, giusto il minimo indispensabile per assorbire parte dell’impatto, restituendo poi la spinta in modo elastico e dinamico. Se lasciate che l’articolazione ceda, correrete “seduti” e poco dinamici, perdendo in avanzamento

c) spingete col piede solo quando la gamba è completamente estesa; molti runners anticipano questa spinte del piede, scordandosi così la completa estensione dell’articolazione del ginocchio. Il risultato sarà un corridore goffo col sedere basso che corre a gambe piegate. Buffo e poco efficiente.

Pensate di correre come sui carboni ardenti, dove i piedi dovranno rimanere meno tempo possible; cercate di vedervi come appesi ad un filo legato al centro della parte posteriore dei vostri pantaloncini. Dovete avere la sensazione che qualcosa vi stia sollevando, siete come appesi, con le spalle appena leggermente in avanti e la testa dritta ma rilassata con lo sguardo rivolto avanti. La visualizzazione ora è completa se cercate di percepirvi mentre frustate coi piedi il suolo passo dopo passo senza fare rumore, mentre le gambe si piegano e distendono sotto di voi.

Cercate di vedervi spesso mentre correte, anche e soprattutto in allenamento. Vi aiuterà a correre alti e leggeri sopra i vostri piedi, ed entrambe le cose vi consentiranno di correre in modo efficiente risparmiando energie, per utilizzarle con un ritmo più forte o nei finali di gara per degli scatti o una volata. Con una corsa corretta guadagnerete metri facendo così meno falcate (riducendo anche gli infortuni: diminuendo il nr. di impatti al suolo e la loro pesantezza, con una corsa leggera dinamica e bilanciata, tendini, articolazioni e legamenti vi ringrazieranno).

Se siete in perfetto allineamento, genererete la massima spinta, con un conseguente minor numero di falcate, e quindi di richiesta di energie. Uno sprinter corre i 100m con frequenze poco superiori ai 40 passi, quindi ad ogni falcata corrisponde una spinta ben superiore ai 2 metri. Misurateli al suolo e vedrete !!

 

  

Ecco nelle foto alcuni esempi di spinte complete a gamba tesa ed avampiede in frustata.

 

Qualche centimetro guadagnato ogni passo forse non vi sembrerà molto, ma in una 10km ciò può significare circa 300m di guadagno, in una maratona anche oltre 1 km. Correndo a 5’ al km, guadagneremo 1 minuto sui diecimila, oltre 5 sui 42 km, tutti conquistati senza sforzi ulteriori dell’organismo, solo grazie ad una tecnica corretta.

Sarà inoltre più facile cambiare passo, scattare in caso di necessità, in quanto più padroni del vostro corpo, più reattivi, dinamici e tonici, grazie ad una tecnica e postura biomeccanicamente corretta.

 

2) RILASSATE I MUSCOLI NON UTILIZZATI: attenzione a non sprecare energie preziose mantenendo contratti dei muscoli non utili in ogni diverso momento della vostra corsa. Ad ogni passo ci deve essere una “orchestra muscolare” in cui il direttore (il vostro cervello) ordina ai muscoli-strumenti che non devono attivarsi il completo riposo. E’come una danza, un metronomo, un gioco di continue contrazioni e decontrazioni di ogni distretto coinvolto, dal bilanciamento delle braccia, ai muscoli delle spalle, del collo e del viso sempre sciolti. Solo nella spinta si fa fatica, il resto deve essere come l’acqua che scorre. Contrarre le gambe nella fase di volo, torcere il busto, stringere i pugni, sono esempi di sprechi di energie. Rilassatevi, rilassatevi, rilassatevi, salvate le vostre energie per aumentare la frustata dei piedi e del conseguente avanzamento delle ginocchia; ne guadagnerete in velocità.

 

3) NON SALTELLATE INUTILMENTE: dovete ricercare l’avanzamento, non la verticalità tramite i rimbalzi sprecando così utili energie. I più grandi interpreti del fondo e mezzofondo hanno uno stile estremamente radente e fluido, ove la testa mantiene pressochè costante la propria altezza. Se è vero che teoricamente la corsa è una successione di balzi, è anche vero che questi debbono ricercare solo l’avanzamento ad ogni costo ed ad ogni spinta; per un mezzofondista o fondista, saltellare è proibito.

 

4) RAPORTO IDEALE FREQUNZA/AMPIEZZA DELLA FALCATA: dipende ovviamente dalle vostre distanze di gara, e dalle situazioni tattiche della gara stessa, vedi le volate. Molti corridori utilizzano un rapporto non ottimale. Una falcata troppo ampia comporta un elevato dispendio di energie, ed in questi casi solitamente si nota il corridore che procede balzellando. Se la falcata è troppo corta, solitamente o si corre seduti e senza spinta, o si usano comunque frequenze troppo elevate con alti dispendi di energie. Voi dovrete ricercare il vostro mix ottimale, anche in base alle vostre caratteristiche fisiche di forza e mobilità articolare. Inoltre, in linea di massima durante una volata o per effettuare degli scatti, è opportuno ricercare velocità dapprima cambiando frequenza di passo accelerando, per poi, da lanciati, distendere il passo ricercando l’ampiezza. Ad esempio è spettacolare assistere a delle volate in pista in gara di mezzofondo percorse a ritmi lenti, ove nell’ultimo giro si assistono a scatti e controscatti via via più devastanti di chi lotta per vincere. Si arriverà poi negli ultimi metri a distendere il passo cercando di mantenere elevata anche la frequenza. Pensate a fenomeni come Gebreselasie e Bekele, capaci di ultimi giri di pista a velocità crescenti con un gioco di gambe da applausi.

 

E per finire… non scordatevi che ........

Uno stile di corsa efficiente richiede un buon tono muscolare; non trascurate quindi di curare segmenti corporei importanti per la postura (addominali e dorsali). Quindi fate dei pesi leggeri, ginnastica generale o un po’ di piscina. Noterete che il vostro assetto di corsa migliorerà, e soprattutto se una corsa corretta non vi viene ancora naturale, il maggior tono complessivo farà ritardare il momento in cui la fatica vi riporterà a correre in modo poco efficiente. Non appena questa muscolatura sarà a posto, con una meccanica di corsa ormai in ordine, gli sforzi per correre bene saranno minimi e tutto vi verrà automatico.

Fatevi filmare mentre correte, magari da tutti i lati ed a varie velocità. Quando potete, guardatevi nelle vetrine dei negozi. Se non recuperate una videocamera, chiedete a qualche esperto di osservarvi mentre correte. Siete troppo sbilanciati in avanti o all’indietro ? Tenete le spalle contratte ? Avete un espressione del volto tesa e contratta, le braccia sono in tensione ? State saltellando verso l’alto ? Correte seduti ? Vi ricordate di spingere fino alla punta delle vostre dita, come se pigiaste di scatto il pedale dell’acceleratore ?

Cercate SEMPRE di ascoltare il vostro corpo per percepire come correte !

 

 

 

 

 

4) NUOTO: I fondamenti dello stile libero

Ecco qualche utile consiglio per tutti i nuotatori già in grado di fare senza difficoltà numerose vasche a stile libero con un minimo di impostazione tecnica, ovvero nuotando a testa sotto con respirazione laterale, senza annaspare ad ogni bracciata.

Quando riflettiamo sui nostri allenamenti in piscina dobbiamo sempre porci la domanda se le nostre numerose vasche stanno incrementando la nostra sensibilità tecnica, o stanno solo consolidando degli errori della nuotata. Nel momento in cui aumentiamo i carichi di lavoro, spesso c’è la tendenza a non concentrarsi sulla tecnica, ma noi dobbiamo invece fare tutto il contrario. Sarà infatti stupido allenarsi ogni giorno duramente mulinando braccia e gambe per chilometri, quando invece i veri miglioramenti nel nuoto si ottengono principalmente affinando la tecnica. Senza tecnica arriverete ad un punto limite senza più alcun progresso, e data la monotonia del gesto, lo scoramento è sempre in agguato, specialmente quando vedrete un vostro compagno che con fare rilassato, lungo disteso nell’acqua e con la metà delle vostre bracciate, nuota tranquillo per ore accanto a voi.

 

Nelle parti che seguiranno vedrete usare spesso i seguenti termini: PRESA, TRAZIONE, SPINTA, RECUPERO. Sono le 4 fasi di una bracciata, ovvero la presa è il modo in cui la mano entra in acqua e si appresta a partire, trazione è il movimento di mano ed avambraccio sino al petto, spinta va dal petto sino all’uscita, il recupero è la fase aerea. Normalmente gli errori più gravi dal punto di vista della velocità in acqua sono nelle fasi di presa trazione e spinta, ma anche il recupero potrà compromettere i ns. risultati

 

 

Nel nuoto solo il 15-25% della prestazione è dato dal livello di forma fisica raggiunto col duro lavoro.

La parte restante, un enorme 75-80 %, è data dalla tecnica ed efficienza della nuotata, anche se è vero che una buona tecnica viene acquisita anche nuotando moltissimo.

 

Più che sull’allenamento fisico, abbiamo quindi 2 fattori principali sui quali i nuotatori devono concentrare i propri sforzi:

 

1) TECNICA E SENSIBILITA’

Il problema principale è che a differenza della corsa o del ciclismo, qui non abbiamo dei punti fissi di appoggio al suolo per creare avanzamento e propulsione in seguito al lavoro ed alle spinte dei nostri muscoli, ma siamo in una sostanza fluida. In altri sport, il posto ove appoggiamo mani e piedi per spingere e prendere velocità è solido, fisso ed inamovibile; nel nuoto abbiamo sfortunatamente una base instabile sulla quale fare leva. Pertanto diventa assolutamente fondamentale sviluppare una tecnica e sensibilità del nuotatore per ricercare una sorta di miraggio, ovvero dei punti “fissi” di appoggio in acqua. In caso contrario non faremo altro che “tagliare l’acqua con le nostre mani e braccia, facendo tante bracciate per degli avanzamenti ridottissimi a bassa velocità. La cosa più importante è proprio sviluppare quelle abilità che consentano all’atleta di sentire in acqua (in barba alle correnti, alla temperatura ed alle turbolenze) dove mettere le mani e come muoverle. L’ideale sarebbe: infilare una mano un punto immaginario distante davanti alla testa, “aggrapparsi” a delle maniglie immaginarie il più lontano possibile, ed ora effettuare le tre fasi di presa, trazione e spinta trascinando il corpo all’indietro ritrovandosi con la mano uscita dietro i glutei. Il tutto ovviamente senza che la mano tagli l’acqua perdendo centimetri di avanzamento. Dovremo ricercare lle parti più “dure” dell’acqua (che esitono) per usare la nostra forza e condizione fisca, ovvero dei “posti fissi nel fluido su cui appigliarci per i nostri spostamenti. I migliori nuotatori, i più efficienti sono statisticamente (ad esempio Thorpe, Popov, Van De Hooghenband) infatti quelli che fanno il minor numero di bracciate per vasca. Questi mostri compiono una vasca da 25m attorno alle 13-15 bracciate. Più avanti vedremo qualche suggerimento per come poter sviluppare questa sensibilità a livelli perlomeno accettabili, ricordandoci, che come per la corsa, contro atleti dotati geneticamente di sensibilità straordinarie, ci sarà poco da fare, ma potremo comunque a livello personale fare miglioramenti straordinari.

2) GIUSTA POSIZIONE IN ACQUA DAL PUNTO DI VISTA IDRODINAMICO

Dobbiamo ricercare una posizione che riduca gli attriti in acqua del ns. corpo; in acqua si devono infatti vincere attriti mostruosi (se comparati con l’aria) per compiere l’avanzamento, ed ogni attrito in più ci sottrarrà energie preziose rallentando inoltre la velocità. In altre parole dobbiamo ricercare una grande idrodinamicità durante tutte le fasi della nuotata, tuffo e virate comprese.

Avendo l’acqua una densità centinaia di volte superiore a quella dell’aria, una posizione/assetto in acqua perfetto è assolutamente indispensabile per ottenere risultati e risparmiare energie. Pensate agli sforzi che fanno i ciclisti (anche in galleria del vento) per ricercare la posizione più aerodinamica possibile; qui è lo stesso, ma l’importanza di un assetto corretto sarà CENTINAIA di volte più vitale, onde ottenere un avanzamento veloce, scorrevole ed economico.

 

La riduzione dell’attrito (punto 2) pesa ai fini dell’avanzamento per circa il 70%, mentre le capacità propulsive di tecnica e sensibilità (punto 1) sono prossime al restante 30%. Se cercate quindi di migliorare e nuotare più veloci, il pensiero principale sarà quello di migliorare l’assetto in acqua, poi quello di un miglioramento tecnico, e solo da ultimo, il miglioramento della prestazione fisica. Probabilmente molti di voi si sono sinora avvicinati al nuoto con un ordine opposto di priorità, e gli spazi per migliorare sono quindi enormi.

 

Farsi filmare in piscina da varie angolature è il modo migliore (e più economico) per effettuare un check up della vostra nuotata. Ogni filmato mostrerà in dettaglio come nuotate, e meglio se con l’aiuto di un tecnico potrete correggere gli errori più significativi. Concentratevi su: 1) minimizzare ogni resistenza/attrito passivo tramite un corretto allineamento, 2) massimizzare l’efficienza dei movimenti propulsivi. Non sarà difficile ricercare perlomeno i difetti più gravi, per poi nel tempo lavorare anche sulle sfumature.

 

1)                TECNICA E SENSIBILITA’

Ecco i 7 errori più comuni che creano una perdita di efficacia in acqua:

1) gomiti bassi durante la trazione (invece che alti)

2) trazione e spinta effettuate a braccio dritto e lungo una linea retta (invece di un movimento ad “S”)

3) utilizzare i gomiti per la trazione e spinta (al posto di mano ed avambraccio)

4) far uscire la mano all’altezza delle anche (senza arrivare alla coscia sotto il sedere)

5) le mani entrano ed escono dalla acqua piatte (invece che di taglio)

6) l’acqua viene presa e sbattuta contro il corpo durante la trazione e spinta

7) insufficiente allungamento del braccio davanti al corpo durante la presa.

 

Quali sono le cause dei primi 4 errori, e come si può correggere il conseguente calo di potenza/efficienza ?

1) l’abbassamento dei gomiti è solitamente causato dalla fretta di compiere la bracciata, o dall’entrata in acqua della mano a braccio già iperesteso. Ricordatevi che il braccio è QUASI disteso, ma si allungherà alla morte solo sotto il pelo dell’acqua per ricercare lo scivolamento, per partire poi per la bracciata con un piccolo movimento della mano. Quindi per correggervi  entrata la mano in acqua a braccio quasi dritto, questa si allungherà come a cercare una maniglia in un punto immaginario avanti a voi, e partirà con un movimento del polso spostandosi verso il basso solo con l’avambraccio, mantenendo il gomito sul pelo dell’acqua.

 

Movimento corretto: gomito alto mentre mano ed avambraccio effettuano la trazione

 

Per aumentare la sensibilità dell’avambraccio, è utile è effettuare serie di 50m nuotando a pugni chiusi. Grazie alla una ridotta superficie d’appoggio guadagnerete in sensibilità, dato che mentre la spalla allungata blocca appunto il braccio ed il gomito sul pelo dell’acqua, è lui qui il motore principale agendo verso il basso.

2) Un azione diritta ed a braccia tese, sarà come una barca azionata a da una ruota a pale invece che da un elica. Vi muoverete in avanti, ma piano. Perchè ?

Se semplicemente spingete l’acqua dietro di voi, le vostre mani incontreranno sempre parti di acqua già mossa dal loro stesso movimento. Le mani devono invece cercare il più possibile dei punti di appoggio fissi, statici, per aggrapparsi e spostare il corpo in avanti. Dovranno compiere un lieve movimento ad “S” per ricercare sempre “acqua ferma e dura”, e non quella mossa dalla colonna d’acqua che si sposta già nella trazione. A metà della bracciata (effettuata la trazione), il braccio sarà piegato quasi a 90° appena sotto il petto, per ri-estendersi verso le gambe-dietro.

 il movimento ad "s" della bracciata

 

Notate che il gomito resta alto nella prima fase della trazione, poi piegato sempre più per riallungarsi nella fase finale della spinta. Le correzioni sono le stesse di quelle usate sopra. Tante vasche in allungo di spalla alternativamente a pugni chiusi e aperti, ove vogliamo sensibilizzare anche l’avambraccio.

3) chi tira la bracciata coi gomiti, causerà una perdita di potenza ed un aumento di attrito causato dall’acqua spostata che ci sbatte addosso. Potete correggervi osservando l’allungamento del braccio prima che la mano parta per la bracciata. Questa poi si piegherà verso il basso mentre anche l’avambraccio si mette in azione; ricercherete la sensazione di scavare nell’acqua più che quella di tirare la leva di un cambio per cambiare marcia.

4) se il gomito esce dall’acqua prima della mano, significa probabilmente che non avete spinti bene fino in fondo con essa, perdendo una delle parti più esplosive della nuotata. Quando il pollice vi sfiora le cosce è il momento di spingere a fondo verso dietro. Ricordatevi di correggervi toccando col pollice la coscia, per poi spingere a tutta.

5) se le vostre mani entrano/escono piatte in acqua, catturerete moltissime bolle che rovineranno le vs. sensazioni durante la bracciata, nonché sbatterete le bolle rimaste sotto il corpo, creando ulteriori turbolenze ed attriti.

Cercate semplicemente di impattare l’acqua di taglio, col pollice.

6) Prendere e spingere l’acqua contro il corpo durante la nuotata, crea sfortunatamente molte forze di attrito generate da turbolenze dell’acqua stessa che impatta e rimbalza lungo il corpo stesso.

7) Insufficiente allungo del braccio davanti al corpo: troppe volte vediamo nuotatori che partono affrettatamente con la bracciata, senza cercare ogni volta l’allungo verso la parete della piscina: in altri termini dobbiamo attendere un attimo prima di iniziare la presa/trazione. Il braccio potrà partire solo quando lo percepirete disteso , in scivolamento, la spalla distesa in avanti-alto, con la mano un paio di cm sotto il pelo dell’acqua. Perché dobbiamo perdere per la fretta così tanti centimetri di bracciata/falcata ?

 

 guardate questo splendido allungo del complesso braccio-spalla !

 

C’è una lezione che ogni nuotatore deve conoscere a menadito. Un nuotatore diventa migliore se nuota più lungo, non se aumenta la frequenza ! Ciò è stato dimostrato da  due studi separati. Un biomeccanico della Penn State University ha effettuato un analisi computerizzata su tutti i nuotatori delle Olimpiadi di Seoul 1988. Un altro gruppo di ricerca dell’ Università di Rochester ha analizzato i risultati di ogni gara dei Trials Olimpici USA dello stesso anno. Entrambi gli studi ricercavano cosa distingueva i nuotatori elite veloci da quelli lenti (lenti alle olimpiadi è comunque un concetto relativo ….), ed entrambi gli studi hanno raggiunto le stesse conclusioni. In ogni gara, i nuotatori più veloci sono quasi sempre quelli che compiono le minori bracciate ! Ricordatevi che un nuotatore di livello mondiale nuota un 25m in solo 12-13 bracciate (senza il tuffo).

L’affinazione della nostra sensibilità ci porterà sempre più a focalizzarci sul movimento delle mani, anche se molta parte della nostra velocità dipende anche dal modo con cui il lavoro di mani e braccia si coordina ed integra con la possente muscolatura del tronco.

 

Ma per ridurre il nr. di bracciate non basta effettuare una semplice “sottrazione”: i buoni nuotatori riescono non solo a ridurre le bracciate, ma anche ad andare più veloci, e questo lo si ottengono riducendo gli attriti. In che modo ? Esistono principalmente 2 metodi:

a) tutto quanto sopra serviva principalmente a creare efficienze e propulsione, spingere il corpo sempre più avanti grazie alla sensibilità delle bracciate.

b) ma il secondo “segreto” è di guadagnare avanzamento a parità di sforzo riducendo gli attriti. Come si fa ?

 

2) POSIZIONE IDRODINAMICAMENTE CORRETTA IN ACQUA

Così facendo migliorerete la vostra penetrazione idrodinamica, concentrandovi sui cambiamenti della posizione/assetto del corpo. Eliminare l’attrito si ottiene principalmente in 3 modi:

1) Col bilanciamento del corpo. Piedi e gambe tendono sempre ad affondare a causa della loro stessa peculiare costituzione fisica. Per ogni centimetro di affondamento c’è un incremento proporzionale di attrito e costo energetico per l’avanzamento. Quindi un corpo in asse, bilanciato ed allineato, con le gambe ed i piedi a filo dell’acqua è la migliore posizione per rendersi idrodinamici

2) Dobbiamo allungarci. All’aumentare della lunghezza di una nave sulla sua linea d’acqua, si riduce la resistenza all’avanzamento; allungandovi dovrete ricercare di percepire tutti i segmenti corporei allineati in un unico asse, disperatamente alla ricerca di toccare l’altro lato della piscina. Tutto ciò va eseguito rilassati, senza perdere in fluidità ed efficienza, senza strappare. Possiamo individuare 3 tipi di resistenza all’avanzamento:

- attrito frontale del corpo = le frecce

- attrito di scia = i riccioli

- attrito generato dalla superficie del corpo = le linee tratteggiate

Più affonderete nell’acqua, più i tre tipi di attrito vi rallenteranno.

3) Grazie al giusto rollio, l’acqua incontrerà meno resistenza rispetto al normale scivolamento lungo la pancia, e questo riduce gli attriti. Concentratevi sempre sull’allungamento ed allineamento del corpo, e fatevi osservare o riprendere soprattutto sui fianchi; se questi sbandano durante la nuotata, c’è quasi sicuramente un problema con la testa o con la presa.

 

Ecco i 5 tipici errori che causano una postura/assetto scorretto in acqua, e quindi una maggiore resistenza all’avanzamento:

1) recupero a braccio disteso e portato lateralmente,

2) la mano entra in acqua troppo vicino alla testa e/o oltre la linea ideale di mezzeria del corpo,

3) respirazione affrettata o sollevare invece di ruotare la testa per respirare,

4) nuotare perfettamente orizzontali senza alcun rollio del corpo,

5) movimenti laterali della testa.

 

1) recupero a braccia larghe/tese: "Doc" Counsilman, nel suo libro “Competitive Swimming Manual for Coaches and Swimmers”, illustra bene questo errore: "Questo tipo di recupero, causa delle scodate laterali di gambe e fianchi in virtù della terza legge di Newton: 'per ogni azione, se ne sviluppa una uguale e contraria’. Ciò causa quindi un incremento nella resistenza frontale e del corpo.". Quali correzioni ? Aumentate leggermente il rollio e spingete con la mano fino alle cosce, (vedi punto 4 qui sotto). Soprattutto esercitatevi nell’effettuare i recuperi tenendo il gomito alto più della mano, mentre questa deve sempre sfiorare la superficie dell’acqua quasi accarezzando tutto il vs. corpo dalle cosce sino oltre il capo.

2) Le mani che entrano in acqua oltre la riga di mezzeria del corpo, producono gli stessi effetti negativi del recupero a braccia larghe. Queste impattano pesantemente sull’allineamento del corpo, generando scodinzolamenti. Una volta che sarete in grado di effettuare un recupero a gomito alto con la mano che sfiora l’acqua, lasciate che la vs. mano entri in acqua poco dopo la testa per poi allungarsi. La mano non dovrà mai avvicinarsi troppo alla metà immaginaria, altrimenti dovrete vedere sirene d’ allarme e luci di emergenza ………”ALLARME” oltrepassata linea ideale, crei scodate, CORREGGERE !! “

3) una respirazione anticipata, è l’errore più frequente ma anche uno dei più facili da correggere. Se riuscite a controllare e sincronizzare il corretto movimento della testa, diventerete immediatamente più veloci. La vostra testa deve ruotare leggermente appena sopra il pelo dell’acqua, non appena il corpo raggiunge il massimo rollio. Questo accade quando state iniziando la fase di allungamento, il vs. braccio “anteriore” si sta allungando in acqua, quello “posteriore” sta per completare la spinta in acqua. Come per la correzione della mano che oltrepassa la linea mediana durante l’allungamento, dovete osservare il braccio che si allunga; quello è il momento per respirare, quando vi state allungando e scivolate sul fianco. Li infatti la testa occorrerà muoverla appena, dato che basterà un niente per prendere aria. Minore azione, minore reazione negativa, nuoterete più lunghi e più in asse !

4) E’ un problema comune a molti principianti; i nuotatori veloci invece nuotano molto “sul fianco”, dato che un leggero rollio del tronco lungo il suo asse favorisce per motivi biomeccanici l’applicazione di forza delle braccia sull’acqua.

5) gli spostamenti laterali fuori asse della testa causeranno anche un disassamento delle gambe e dei fianchi, generando così uno scodinzolamento che provoca maggiore attrito. Cercate di nuotare senza che la testa oscilli di lato. Sarà fissata ma rilassata, e le consentirete solo di ruotar